Quando un giovane entra in studio e mi dice: “Voglio aprire un’impresa”, io non inizio dai conti.
Inizio da una domanda semplice ma decisiva: “Questa idea è davvero il tuo progetto di vita?” Perché un’impresa non nasce da un foglio Excel: nasce da una convinzione. Serve sapere dove vuoi arrivare, non solo cosa vuoi vendere.
Se quella motivazione è forte, allora possiamo entrare nel concreto. Il secondo passo è la fattibilità economica.
Gli faccio vedere che prima di tutto la sua futura attività dovrà reggere i costi fissi:
- utenze, energia, affitto locali
- personale o collaboratori
- software, hardware, manutenzioni
- assicurazioni, consulenza, adempimenti ricorrenti
- canoni bancari, servizi digitali, imposte periodiche
Poi i costi variabili, che crescono con il lavoro:
- acquisti di merci o materie prime
- imballaggi e spedizioni
- provvigioni
- costi di produzione e di vendita
E gli dico sempre: “Se dopo tutto questo rimane anche un solo euro, quello è il tuo Margine di Contribuzione. È la prova che il tuo progetto respira.”
Poi arriva il punto più delicato: “Quante risorse proprie sei pronto a mettere?” Un’impresa che nasce solo con debito parte già in salita. Serve un capitale iniziale, anche modesto, ma concreto: è il segnale che ci credi davvero e che la struttura è equilibrata.
Solo dopo aver definito questo equilibrio parliamo di finanza agevolata.
E qui apro un mondo che molti sottovalutano:
- contributi a fondo perduto (regionali, nazionali, PNRR, misure per giovani e imprese innovative)
- microcredito per chi parte da zero
- incentivi per acquisto di attrezzature, ristrutturazioni, digitalizzazione
- strumenti come Resto al Sud, NIDI, bandi per turismo, commercio, energia
- finanziamenti agevolati con tassi ridotti o garanzie pubbliche (es. Fondo di Garanzia per le PMI)
Spiego che questi strumenti non sostituiscono il capitale proprio, lo amplificano, permettendo di ridurre il rischio e accelerare la crescita. Ma vanno scelti con criterio: ogni bando ha regole, vincoli, spese ammissibili, tempistiche precise.
Poi affrontiamo il tema della banca. E dico sempre la verità: la banca non finanzia un’idea vaga, finanzia un progetto solido.
Serve:
- un business plan strutturato
- previsioni economiche credibili
- un piano di rientro sostenibile
- garanzie proporzionate, meglio se supportate da strumenti pubblici
Quando un istituto di credito vede chiarezza, visione e numeri coerenti, allora diventa un alleato.
La conclusione che lascio a ogni giovane è sempre la stessa: l’impresa non è un salto nel vuoto, è un percorso consapevole.
E quando vedo nei suoi occhi la maturità di capire questi passaggi, allora posso dirgli che sì, è pronto a costruire qualcosa di suo.
“Non è il mercato che distrugge un’impresa appena nata… è l’imprenditore che parte senza un progetto, senza numeri e senza coraggio.”
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